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HomeralloweblogIl racconto di Pattipiccolo

Il racconto di Pattipiccolo

Il giorno 8 maggio dell’anno 1920 in Giuliana (PA) quale fosse lo stato d’animo, le speranze e le paure, così come le aspettative economiche, le prospettive imprenditoriali di Don Benedetto Vesco al momento della stipula, per 84.000 lire pagate in biglietti di banca, dell’atto di acquisto di una porzione di quella che fu, per più di 4 secoli masseria denominata Pattipiccolo ma già nota come Mistretta, oggi non è dato saperlo.
I documenti disponibili danno accesso a molte informazioni, sono ricche di dettagli ma da questi desumere i sentimenti di un uomo è impossibile; nonostante ciò, sarebbe plausibile pensare oggi, a 100 anni di distanza, che quell’uomo mai avrebbe potuto sperare ne tanto meno immaginare una continuità generazionale così prolungata.

Allora, come oggi, quei fondi agricoli producevano uva e grano; olive no, non ancora.
L’uliveto, sulla montagnola, sarebbe stato piantato qualche anno dopo, nel 1922 in occasione della nascita di uno dei suoi figli, il settimo, Andrea, mio nonno.
L’ulivo sostituì il sommacco, estremamente ricercato fino ad allora per la concia delle pelli e sulla cui economia si era anche basata la ricchezza agraria della seconda metà dell’ottocento siciliano, ma già superato dai progressi della chimica. Tra gli ulivi, secolari, e tenacemente ancorati al suolo, ancora oggi qualche pianta di sommacco rimane, vivente vestigia di un passato oramai remoto.

Oggi la triade mediterranea caratterizza il paesaggio e scandisce, nei singoli cicli biologici, i tempi delle nostre attività, identifica la proposta commerciale e ci qualifica come produttori agricoli di territorio specializzati in vino, in particolare bianco.
Nel 1920 il vino veniva prodotto con tecniche che oggi possono a diritto definirsi arcaiche, commercializzato sfuso e misurato in botti da 416 litri, ma ieri come oggi era bianco e proveniente da uve Catarratto o Insolia, più raramente Zibibbo.
La bottiglia, quale contenitore “standard” dalle nostre parti identifica la modernità e segna il passaggio del consumo dalla regolarità domestica all’occasionalità conviviale e celebrativa.
Tutto è cambiato da allora, sono cambiati gli attori, è cambiata la società, l’umanità ha vissuto e pagato il prezzo di due guerre mondiali, di più di un genocidio, si sono radicalmente modificati gli equilibri tra città e campagna, si sono affinate le tecniche enologiche, sono mutate le aspettative e rinnovati i consumi ma Alcamo con il suo contado è rimasto il centro più vocato e rinomato per la produzione di vini bianchi di tutta la Sicilia così come Pattipiccolo è rimasto il fulcro di una produzione unica nel suo genere per ragioni pedoclimatiche e micro-zonali che consentono oggi di produrre e proporre vini come il Beleda o l’AV01 che fanno di Rallo uno dei più autorevoli rappresentati enologici di tutta l’isola.

Rallo che già nel 1860 nelle cantine a Marsala produceva autentiche delizie, oggi è forte di un’ulteriore base ampelografica, diversa da quella marsalese me non per questo meno prestigiosa e soprattutto utile ad ampliare l’offerta già basata sull’uva Grillo nelle diverse possibili varianti fortificate e non.

Nel tempo le singole storie di intrecciano, nel 1920, il giorno 8 del mese di Maggio, il mio bisnonno mai avrebbe potuto immaginare che la porzione di terra acquistata si sarebbe tramandata per generazioni, si sarebbe caricata di valori simbolici più forti di quelli economici, avrebbe un giorno fatto da base produttiva stabile per uno dei più prestigiosi marchi dell’enologia siciliana di allora e di oggi, che le uve coltivate su quelle parcelle di terreno avrebbero dato origine a vini conosciuti ed apprezzati in gran parte del mondo, destinati a finire in bottiglie in vetro con un tappo in sughero per essere conservati e trasportati prima di essere consumati sulle tavole per celebrare eventi o semplici singoli momenti.
Nessuno sa oggi cosa accadrà nei prossimi cento anni ma una cosa è certa che oggi la grande tradizione enologica rappresentata dall’identità Rallo può contare, tra gli altri, su uno dei territori più vocati e di grande suggestione paesaggistica.

Pattipiccolo è ideale per la coltivazione di uve bianche utili a produrre vini destinati a lunghi affinamenti in bottiglia e l’eredità fondiaria da me raccolta attraverso 4 generazioni, con il supporto diretto e partecipe di ogni singolo membro della famiglia, può vantare il sostegno di un tesoro esperienziale, RALLO, conosciuto ed identificabile attraverso le 5 lettere che ne riproducono il suono e che a sua volta fino al 1997 ha, anche quello, rappresentato oltre se stesso anche il cognome e la storia di una famiglia, di uomini e donne, che dal 1860, nel susseguirsi delle generazioni e nello ripetersi dei nomi: Diego, Antonio e Giacomo, hanno vissuto per lo sviluppo ed il consolidamento delle proprie produzioni della propria storia; ognuno di loro, con stati d’animo, speranze, paure, aspettative ed interessi che oggi è impossibile conoscere appieno e rappresentare, solo immaginare.

Le storie si intrecciano, la storia cammina sulle gambe di ognuno di noi ma indifferente ai nostri stati d’animo, effimeri e passeggeri.