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Intervista alla psicologa Daniela Randazzo

Il tè per noi occidentali è un rituale sociale. E’ sempre stato occasione di condivisione con gli amici, una buona norma di benvenuto a casa, la parentesi temporale in cui rifugiarsi e ritrovare un proprio spazio – tempo. Vi avremmo portato alla scoperta dei tè più pregiati al mondo con la masterclass sui Colori del Tè, il primo appuntamento del ciclo di incontri culturali NONSOLOVINO sospeso poi per la pandemia. Il tè, e gli altri temi del format quali i tessuti, la musica e la biodiversità, li approfondiremo in questa rubrica attraverso una serie di articoli, interviste e contributi di esperti. Partiamo quindi proprio dal tè e da una prospettiva diversa. La bevanda così come l’abbiamo sempre consumata fino a due mesi fa potremo definirla un ricordo del mondo di prima, della nostra vita pre Covid – 19. Con il lockdown e la quarantena quella tazza di tè che scandiva le nostre giornate ha cambiato irrimediabilmente sapore, così come è avvenuto per tutto il resto.

Daniela Randazzo

Adesso che ci addentriamo nella fase 3, che ci ritroviamo allo start della ripartenza ci chiediamo che sapore avrà il nostro amato tè, che sapore avrà il mondo in cui ritorneremo e come saremo noi stessi. Inauguriamo allora questo spazio con l’intervista a Daniela Randazzo, psicologa palermitana.

Molte nostre abitudini sono cambiate con il lockdown. Che significato hanno acquistato i rituali della nostra vita?
Durante le prime settimane di quarantena certi rituali sono diventati ancoraggi. La gente costretta a stare a casa ha cercato l’ancoraggio nelle sicurezze, nei ricordi, nelle emozioni positive che suscitavano i rituali che scandivano la loro vita precedente.
Si è andati così alla ricerca del tempo perduto, citando proprio la tazza di té e le madleine proustiane. Ritagliarsi certe pause, oppure cucinare, ha avuto una funzione di rassicurazione, di contenimento dell’angoscia che montava giorno dopo giorno durante il lockdown, quando era difficile capire come sarebbe stata la realtà e noi stessi in questa reclusione, nella convivenza con familiari che dopo 60 giorni sono diventati competitor nella divisione degli spazi e del tempo. Proprio il tempo sospeso ha una controparte, è un tempo vacante, a molti è sembrato una grande risorsa, un auspicio per il dopo coronavirus, in cui abbiamo ci siamo impegnati a tenerci attivi anche per essere persone migliori, abbiamo riscoperto come vivere meglio con le cose semplici.
Tutto questo aveva una spinta iniziale.

Il rituale adesso come evolverà nel tempo, nella fase 3?
I rituali nati nella quarantena rischiamo di perderli strada facendo.
Nel rientro graduale alla vita frenetica di prima, perderemo qualcosa.
Il rischio è che quel momento rassicurante non ce lo ritroveremo.
Ma bisogna tollerare l’incertezza di questa transizione, al di là delle coordinate. L’incertezza è umana e soggettiva.

Condividere il tè, il cibo, il vino sono appunto momenti di condivisione sociale. Siamo allora pronti, adesso, all’incontro con l’altro?
Penso che il rientro debba essere graduale.
Sarà un rientro gentile.
Molti in quarantena si sono sentiti sicuri nelle loro case. La casa ha riacquistato il significato di tana, nido, di luogo certo. L’incontro con l’altro in questo momento può generare ansia.
Ci stiamo tutti preparando a ritornare alla vita sociale ma non riusciamo a configurarcela.

Come possiamo affrontare questo momento di transizione e con tutte le limitazioni del distanziamento sociale?
Dobbiamo ascoltarci. Dobbiamo chiederci come ci sentiamo in questo momento particolare. Dobbiamo cominciare facendo ciò che è a nostra misura, al di là degli impegni e degli obblighi a cui siamo chiamati tutti.
Ci dobbiamo la gentilezza.
Quindi un ritorno alla vita graduale.
L’altro è sempre stato specchio di noi stessi, siamo molto concentrati sui legami, per noi ha un forte significato il legame scelto, al di là di quello di sangue. Adesso l’altro viene percepito come portatore di virus. La relazione è diventata fonte di preoccupazione. Diamoci del tempo. Acoltiamoci. La socialità ha bisogno di essere riscoperta. Dobbiamo provare a ricordarci questo bisogno di socialità. Le reti amicali durante la quarantena si sono smagliate. Dobbiamo ritornare a fidarci dell’altro, a desiderare una vicinanza. Il tè, ritornando al tema, non ci salva dall’angoscia ma può essere una coccola individuale, uno spazio in cui possiamo provare a ricoltivare quei legami che comunque hanno subito un cambiamento e che sono rimasti un po’ sospesi. C’è un passaggio importante da considerare per ripartire.

Quale?
Riscoprire il piacere. Si parla di spinta verso il piacere, di una tendenza.
Noi andiamo ricercando esperienze piacevoli, e per questo parliamo di spinte interne, legate al corpo e alla mente. Sono il risultato di una serie di veriabili che ci portano atrovare qualcosa che ci faccia sentire in armonia con noi stessi.
Non diamo per scontato che una persona sia stata capace in questo lungo periodo di accudirsi e prendersi cura di sé. Perché il piacere è una disposizione ad ascoltarsi.
E possiamo ripartire proprio da qui.