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NONsolovino intervista il violinista Vincenzo Cecere

Lo desideriamo, lo sogniamo oramai da più di un anno. Ci manca, da morire, il buio della sala. Il sipario che si apre, l’attesa trepidante dello spettacolo che sta per iniziare. Oggi nella nostra rubrica facciamo un piccolo viaggio in quel mondo da cui ancora siamo obbligati a stare lontano, e speriamo per poco, facendovi conoscere da vicino una delle figure iconiche del Teatro che insieme ai compagni dall’ombra del golfo mistico dà vita alla magia. Una figura evanescente, quasi mistica: il professore d’orchestra. Vincenzo Cecere lavora da più di due decadi nell’orchestra sinfonica del Massimo di Palermo. Un figlio d’arte che in questa intervista ci racconta di più di questo mestiere e ci consiglia cosa ascoltare per stare un po’ meglio.

Perché hai deciso di fare il violinista? 

Non credo che si decida di fare il musicista o il violinista. E’ un’essenza che fa parte della persona stessa. Sono nato e cresciuto in una famiglia di musicisti, ho avuto la fortuna di avere grandi esempi come mio nonno, che era maestro di banda e suonava sei strumenti, mio padre che è stata la prima tromba del Teatro Massimo per trenatesi anni ed è anche compositore. Diciamo che ho preso la natura e la tradizione di famiglia contrariamente agli altri due miei fratelli che non hanno assolutamente seguito l’onda. Avevo iniziato a studiare la tromba ma poi i miei occhi quando andavo in teatro e guardavo dentro la buca dell’orchestra venivano rapiti dai violini. Mio padre osservò quei movimenti e una mattina mi fece trovare un violino a casa. Da allora è iniziata la mia avventura. Ho vissuto in un ambiente dorato sul nascere della mia esperienza musicale. Oggi sono già quarant’anni che sono violinista. 

Chi è stato il tuo mentore? Chi sono i tuoi modelli?

Il mio primo maestro fu Salvatore Cicero, indiscusso e superlativo violinista siciliano, primo violino dell’orchestra sinfonica siciliana, solista e direttore d’orchestra. Il mio mentore è stato mio padre. La persona che più ha alimentato in me la voglia di esecuzione è stato mio nonno che nell’ambito bandistico nazionale fu una celebrità. Un’altra persona importante che ho avuto la fortuna di incontrare è stato il maestro Giuseppe Dianni, di scuola napoletana. Lui ha saputo darmi l’indirizzo giusto al mio essere violinista portandomi a diventare un perfetto professore d’orchestra.

Fare parte di un teatro così prestigioso, diventato simbolo di Palermo e della sua rinascita, cosa significa per te?

Essere un professore d’orchestra della Fondazione Teatro Massimo di Palermo è un prestigio che non ha eguali. Seguo anche la tradizione di famiglia. Vivo l’intensità e la maestosità di uno dei teatri più importanti d’Europa e sono orgoglioso di far parte della compagine orchestrale. 

Raccontaci qualcosa della tua vita professionale. Chi è il professore di Orchestra?

Questo personaggio che entra ed esce dalla buca dell’orchestra o sale sul palcoscenico per unirsi agli altri suoi simili vestiti giacca e cravatta o con il più classico dei frac da concerto? Penso che l’orchestra sia tutti gli ingredienti possibili da amalgamare per creare il miglior piatto. Il direttore d’orchestra è lo chef. Come accade anche nell’ambito culinario, la stessa ricetta può avere delle rivisitazioni o, come si dice in gergo musicale, interpretazioni che sono appannaggio del direttore d’orchestra e l’orchestra, seguendo l’onda emozionale di ciò che trasmette il direttore, esegue. La vita d’orchestra non è affatto statica. Ogni volta che si va in scena può accadere di tutto, un sipario che non si apre, un cantante che sbaglia la sua entrata, una quinta di palcoscenico che può cadere o qualunque difficoltà estemporanea che si può presentare. L’orchestra è come una grande macchina da guerra, continua sul suo percorso perché lo spettacolo non si fermi mai. Ma ovviamente ci vuole tanto sangue freddo e lucidità durante l’esecuzione, ecco perché una recita d’opera o un concerto sinfonico non sono mai uno uguale all’altro.

I momenti più belli e quelli da dimenticare?

Devo dire che la mia vita violinistica fino a questo momento è stata come una grande fiction. Momenti forti e intensi ma anche tristi e faticosi. C’è stato anche un momento dove avevo abbandonato tutto perché non credevo che avrei avuto uno sbocco lavorativo. Ho abbandonato il violino per sei mesi cercando anche altre occupazioni ma una mattina come un’illuminazione mi sono svegliato e mi sono detto: “Io sono un violinista! Non potrei fare altro nella vita”. Volendo fare il professore d’orchestra, a quello dovevo puntare. Da quel momento impegnai sette anni intensi, duro lavoro e sacrifici per costruire la mia carriera vincendo più audizioni in teatri importanti fino ad arrivare al Teatro Massimo dove faccio parte dell’orchestra già da 20 anni. La bravura non è dovuta soltanto ai miei sacrifici. Ho avuto anche la fortuna di aver trovato sul mio cammino artistico persone che mi hanno saputo motivare e dire le giuste parole perché io mi impadronissi di tutte le doti e ne facessi virtù. Credo di aver suonato in ogni dove, nei più regali teatri in giro per il mondo, dal Giappone all’Australia alla Cina, in Europa, in Africa, in Sudamerica, su una barca vestito con abiti del settecento e ho pure suonato il tanti auguri a te a 12.000 piedi su un aereo. Diciamo che il curriculum è molto ricco. So che rifarei tutto avendo ancora l’entusiasmo e la voglia di fare musica.

Come vivete voi musicisti ai tempi del Covid?

La vita del musicista durante questo periodo ha avuto una trasformazione impensabile. Il distanziamento ha creato il disagio acustico. Non suoniamo più vicini all’interno della buca orchestra che crea una risonanza particolare dando all’orchestra un suono corposo. Ormai da un anno suoniamo distanziati e nella platea del teatro abbiamo dovuto rimodulare tutto questo. Il risultato lo ritengo accettabile ma non sicuramente all’altezza di ciò che veniva prodotto fino a gennaio 2020.

Cosa speri per il prossimo futuro? Come pensi il comparto ripartirà?

Il comparto musica e cultura, defraudato della sua bellezza da questo virus, sta cercando molto lentamente di riprendere l’importanza e la visibilità che merita. I teatri, grazie ai protocolli sanitari studiati e attuati non sono affatto luogo di veicolo del virus, ma l’ignoranza e la poca accuratezza degli organi competenti a livello istituzionale hanno fatto sì che fosse più facile chiudere portando allo sconforto generale l’intera organizzazione musicale italiana ed estera. Il Teatro Massimo si è riprogrammato conconcerti in streaming per far capire e far sentire al proprio pubblico che esistiamo e non siamo morti. Come in tutte le cose bisogna educare la popolazione, il nostro pubblico a usufruire dei nostri concerti registrati per avere la speranza di tornare dal vivo a solcare il nostro stupendo Teatro. Spero nella risoluzione di questa pandemia per tornare a vivere e poter produrre ancora emozioni con il mio strumento e la bellezza dell’opera e dei concerti.

C’è solo la musica classica nella tua vita? Cosa ti piace ascoltare?

Mi piace la musica leggera. Sono un esecutore di musiche da film con il mio quartetto d’archi. Eseguiamo anche tanghi classici americani. Non sono un amante della musica contemporanea, ho bisogno di suoni consonanti che mi diano pace ed emozioni.

Ci sono giovani artisti che stimi?

Sui nuovi talenti non c’è molto da dire. Pochi sono gli elementi che riescono ad emergere anche perché le nuove programmazioni ministeriali dei conservatori hanno un poco deviato le idee e non riescono secondo me a dare un’idea musicale che possa indirizzare i musicisti anche a diventare professori d’orchestra o esecutori. Ho avuto la fortuna di fare un percorso di studi dove ho fatto molta orchestra anche con gruppi più piccoli, ma era una continua fucina di idee e di esecuzioni che ora poco esiste.

Dove le parole non arrivano, arriva la musica, diceva Beethoven. In un mondo bombardato da parole rancorose, razziste, sopra i toni, che ruolo dovrebbe avere la musica?

Il grande lavoro che le scuole medie stanno facendo per far avvicinare i ragazzi alla musica e allo studio di uno strumento penso sia una iniziativa molto importante. Lo studio di uno strumento è rigore  ed educazione. Suonare insieme è come fare sport, è un momento di aggregazione. Come può nascere il calciatore del futuro così può nascere un musicista sicuramente avranno strade diverse ma che porteranno comunque ad esprimere emozioni e a far star bene il loro pubblico di riferimento. Un plauso va a tutti i genitori che sapranno coadiuvare i figli nello studio musicale perché i sacrifici sono tanti e anche le spese comprare degli strumenti almeno all’inizio non è oneroso ma per poter far crescere musicalmente uno strumentista c’è bisogno di avere degli strumenti all’altezza. La ricetta giusta per tutto quello che ho raccontato nelle mie risposte si racchiude in due parole Amore e Passione.

Facci una classifica della musica che consigli per il quotidiano. 

Per smaltire le incavolature.

L’Uccello di Fuoco di Stravinskij.

Per accompagnare un buon bicchiere di vino.

La Quinta di Mahler oppure la colonna sonora di Nuovo Cinema Paradiso.

Per ispirarsi tra i fornelli

Por una cabeza.

Per rilassarsi sul divano 

Il quarto movimento della Sesta di Čajkovskij, detta la Patetica oppure il brano La Califfa di Morricone.

Da ascoltare sotto la doccia.

I Village People! Così faccio uscire il Cantante che è in me

Da sentire in macchina.

Baglioni ma anche tanta musica da camera.

Per affrontare questo momento così particolare

Per affrontare queste giornate di virus come fece lo stesso compositore Musorgskij io ascolterei Quadri di un’Esposizione. Ma un brano su tutti che vorrei coincidesse con la sconfitta del virus sarebbe Così Parlò Zarathustra di Strauss.

Ma c’è un brano che mi fa stare bene sempre, specialmente quando lo suono: il Thais di Massenet.