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Nonsolovino intervista Marianna vigneri

Come il vino anche il tessuto parla ai sensi ed è stettamente connesso alle emozioni. Marianna Vigneri, stilista artigiana palermitana, ci racconta un legame speciale e ci svela come ciò che indossiamo arrivi a toccare nel profondo le corde dell’anima. Proprio la giovane imprenditrice inizia la sua carriera grazie ad un abbraccio. L’abbraccio del tessuto. 

Ti dichiari artigiana del tessuto. Perché hai scelto qusta strada?

Sono approdata a questo mondo, che non chiamo mondo della moda ma del tessuto, per un’attrazione verso la materia. La progettazione distante dalla materia non faceva per me. Non volevo fare la stilista, sapevo solo che avevo bisogno del contatto con la materia. L’approccio con il tessuto è stato tutto, la via che mi ha portato all’esercizio creativo. I primi passi li ho mossi proprio con le rocche di lana. Sono partita dal filo, ho iniziato proprio dai telai. Tutta la mia storia e il mio brand ruotano attorno al tessuto. 

Parlaci dei tessuti. Come entrano in relazione con l’uomo?

I tessuti innanzitutto parlano, hanno un anima. Hanno un potere pazzesco. Possono diventare qualsiasi cosa. Parlano ai cinque sensi. Li stimolano. Ogni tessuto dà una sensazione. Ha una personalità, un carattere. Ci sono tessuti aggressivi, altri che ti allontananto magari perché posseggono una bellezza troppo forte, tessuti più amichevoli. Il rapporto con il tessuto è immediato, istintivo. E non è sempre facile. E’una questione di predisposizione. Ho tenuto tessuti da parte per due anni prima di tagliarli. Li ho ripresi solo quando sono stata sicura di poterli lavorare come volevano essere trattati. Ci sono tessuti che vogliono parlare, che non permettono che tu imponga la tua personalità. Altri tessuti che si prestano sin da subito come la tela bianca del pittore e consentono all’estro di esprimersi. Poi ci sono tessuti difficili che però sono stimolanti, come è stato il lurex per me. Bisogna comunque trovare sempre un canale d’intesa con il tessuto.

Una caratteristica dei tuoi abiti è l’abbraccio del tessuto. Spiegaci meglio. 

I tessuti li scelgo confortevoli, morbidi, capaci di adattarsi al corpo della donna. Il tessuto viene lavorato perché sia bello insieme alla donna che lo indossa e al modo in cui lo indossa, che sia esile, robusta, formosa. Il tessuto deve avvolgere il corpo in un abbraccio. E’ il filo che mi ha portato a concepire così il mio lavoro. La sofficezza, la morbidezza, il calore che trasmette mi è rimasto dentro. Ancora continuo a proporre i primi modelli con cui ho iniziato la mia carriera, il poncho e il grembiule per una questione di abbraccio. Il primo dà calore, abbraccia, il secono ti avvolge, si adatta a te. Sono arrivata piano piano alla modellistica perché mi sono sin da subito lasciata guidare dal tessuto. Da qui parte il principio dell’artigianalità, anche se oramai questa è una parola abusata, e su questo si concentra la mia ricerca affinché la donna si senta abbracciata da un vestito, non solo coperta. 

Il fiore è il tuo simbolo. Come mai? Cosa rappresenta?

Ho scelto il fiore innanzitutto perché da piccola volevo fare la fioraia, sognavo di avere la mia bottega. E’ il simbolo del mio percorso. L’idea nasce nell’atelier presso cui mi sono formata, quello di Roberta Lojacono, mia mentore e grande amica. Nasce dagli scarti, da quei tessuti meravigliosi che non ho più rivisto da nessun’altra parte. Racconta che non muore nulla. Che gli scarti posso diventare fiori. Ho cominciato a usare i poncho proprio come tele sulle quali comporre i miei fiori che sono diventati il tema ricorrente, la mia firma. Li cucio a capo finito. Rendono ogni pezzo unico, perché sono pezzi unici. Nessun fiore potrà mai essere uguale ad un altro. 

Che rapporto hai invece con i colori?

Li sto scoprendo da poco, parlando di quelli più audaci. Ci sono arrivata lentamente.

Il mio percorso è iniziato con colori sempre molto spenti, polverosi. Per il colore ci vuole coraggio, non è facile la relazione con lui. All’inizio non ero sciolta. Il colore non troppo gridato mi faceva sentire sicura. Eppure io sono una persona colorata. Il colore che mi identifica, come personalità, indole, è il rosso. Amo il giallo, ma forse perché è il colore preferito di mio padre, e quindi me lo ha incultato inconsapevolmente. 

Da dove provengono i tuoi tessuti. 

Da aziende e fornitori italiani e non, che però rispettano il parametro dell’alta qualità. Non disdegno i progetti di giovani che lanciano tessuti organici. Anzi sto cercando di percorrere la strada dei tessuti naturali, ma piano piano perché bisogna preparare la clientela, accompagnarla, aiutarla a comprendere il valore di  questa tipologia di prodotto che può far costare un abito il triplo. 

Chi fa il tuo mestiere sogna Milano, tu hai scelto Palermo.

Quando ho scelto di aprire la mia attività sapevo che non avrei messo il mio nome in nessun’altra città. Palermo è una città stimolante. Ci sono tante donne che fanno impresa come me, belle relatà, colleghe che stimo molto. Faccio parte di una rete di imprendotira femminile, facciamo le fiere insieme, ci muoviamo insieme, facciamo progetti e c’è la relazione tra vecchia e nuova guardia. Dall’altro lato Palermo non è un mercato facile sicuramente ma sono orgogliosa della mia clientela che mi apprezza, mi sceglie. Ci sono donne sensibili che scelgono di comprare in un certo modo. E questo l’ho sentito anche durante il locdown, ho avvertitto una vincinanza incredibile. Comunque posso ritenermi realizzata. Credo che la cosa importante è il modo in cui ciascuno costruisca il prioprio mondo, anche se in mezzo si sono fatti 7500 errori. 

Sei una giovane imprenditrice e mamma. E’ dura? 

Se apriamo il capitolo mamma non lo chiudiamo più. Dico solo che ho due figli, Giovanni e la mia attività. Entrambi hanno bisogno di cura e di essere accompagnati nella loro crescita. Quindi sì, è durissima.